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Sono liberamente consultabili l'abstract e le prime 10 pagine dell'introduzione. Registrandosi è possibile scaricare gratuitamente le preview delle tesi in PDF. Definizioni a confronto Il concetto di aggressività è stato da sempre oggetto di studio HOME · Argomenti · Tesi di laurea · Bambino Aggressivo: Dalla reazione alla relazione. ×. Pubblica la tua tesi su stanmalcolmphoto.com quando cioè il sentimento aggressivo viene scaricato attraverso altre modalità. Tesi di laurea sull'aggressività, Tesi di laurea di Criminologia. Università Cattolica del Scarica il documento Tesi di Alexandra Mazzola. TESI di LAUREA. “L'AGGRESSIVITA' Nella gestione dell'assistenza ad un paziente psichiatrico con comportamento aggressivo, ci si Io stavo scaricato la.

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Fino a quando un uomo, non confronta se stesso negli occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Su questo terreno, noi tutti possiamo mettere radici e crescere, non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri. Giovanni De Plato per la disponibilità dimostratami nel seguire la mia tesi e la Dott. Ringrazio tutti i responsabili del CSA e tutti gli operatori delle comunità di Baciano e di Petrognano.

In particolare, voglio ringraziare i ragazzi che, nonostante le loro difficoltà, hanno dedicato parte del loro tempo a me e alle mie interviste, permettendomi di portare a termine la tesi.

Se scaricati sul corpo, questi conflitti e ambivalenze danno origine ai tipici sintomi gravidici vomiti, diarrea, stipsi, etc. La gravidanza, in quanto percorso verso la maternità, costituisce quindi un evento di grande portata nella vita della donna, che apporta cambiamenti significativi sia esterni che interni.

Since the announcement of the pregnancy, the woman starts a journey, looking for a new definition of herself, until it reaches a point where she owns her new role and identity as a mother. In un ambito clinico, questi segnali dovrebbero suscitare allarme e preoccupazione negli operatori presenti, che dovrebbero effettuare una rapida diagnosi della situazione, in modo da orientare le decisioni successive.

Nella diagnosi situazionale assumono un ruolo di rilievo la diagnosi clinica della persona, l assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti, i precedenti comportamenti aggressivi. Inoltre, altrettanto importanti sono considerati i correlati verbali e non verbali dell aggressività, che sono indicativi dello stato di tensione che prelude all azione violenta.

Riassumendo, in un ambito clinico, la valutazione dell aggressività deve essere compiuta a parte e indipendentemente dal procedimento diagnostico della persona, e consiste nell approfondimento delle condizioni di rischio per il ripetersi di nuovi atti di violenza.

A questo proposito sarà necessario fare attenzione a fattori clinici diagnosi, dipendenza da sostanze, fattori personologici modalità di interazione con le altre 13 persone, fattori sociali e ambientali associati all episodio e alle caratteristiche della vittima.

Nella ricerca delle cause che generano un comportamento aggressivo possiamo considerare l approccio etologico e antropologico, che fa riferimento alle teorie evoluzionistiche, e quello più prettamente psicologico, in cui abbiamo un panorama molto variegato: da una parte possiamo raggruppare tutti quegli studi condotti in ambito cognitivo, comportamentale e sociale, dall altra abbiamo la vasta produzione psicodinamica.

Tutti questi approcci, nonostante la diversità dei metodi e degli assunti teorici, hanno un elemento comune: propongono teorie in cui l interazione tra fattori interni, come spinte pulsionali o elementi valutativi e decisionali, e fattori esterni, cioè situazionali o ambientali, assume un ruolo centrale per la spiegazione del problema.

Gli etologi e gli antropologi abbracciano le teorie evoluzionistiche di Darwin 10, in base alle quali è possibile accostare lo studio del mondo animale a quello umano grazie alla presenza di antenati comuni, come è dimostrato da strutture cellulari e molecolari identiche e da strutture cerebrali affini, per quanto riguarda i mammiferi.

In questo senso, anche il comportamento sociale e individuale è soggetto alle leggi della selezione naturale e dell adattamento, che fanno prevalere le variazioni più favorevoli alla sopravvivenza e alla conservazione della specie: se ci sono comportamenti istintuali da lunga data, come l aggressività appunto, è perché si sono rivelati adattivi. L approccio etologico, infatti, attribuisce all aggressività una funzione di difesa, di procacciamento del cibo, di conquista e protezione del territorio, di mantenimento e acquisizione del rango all interno del gruppo, di ricerca del partner, di selezione dei soggetti più forti.

Sotto questo punto di vista, l aggressività è un istinto utile alla sopravvivenza della specie e dell individuo 11. Gli autori che appartengono a questo approccio, domandandosi quali siano le origini e le cause dell aggressività, propongono una gamma di risposte, anche se modulate entro i diversi metodi e paradigmi, analoghe a quelle che possiamo riscontrare nei seguenti approcci comportamentisti e psicodinamici.

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Infatti, il prevalente innatismo nella spiegazione del comportamento non toglie che tra gli etologi e gli antropologi vi sia chi insiste sulle circostanze ambientali, quanto alla genesi dell aggressività, e sulle componenti reattive, quanto al suo innesco, fino a negare che vi sia propriamente un istinto aggressivo che presiede ad ogni fenomeno di aggressione 12. Lorenz 1976 13, sostiene che gli istinti, intesi come impulsi e schemi di comportamento ereditari e non appresi, sono in grado di scatenarsi anche in assenza di stimoli esterni, in seguito ad un accumulo di energia che scatena la reazione.

Interessante è la distinzione, proposta dall autore, tra l aggressività del predatore, che assale individui di altre specie aggressività interspecifica, e quella tra individui della stessa specie aggressività intraspecifica. All aggressività intraspecifica 11 G. Lorenz, 1976, L aggressività, Milano: Il Saggiatore 15 appartiene tipicamente quella per l accoppiamento e quella per la gerarchia del branco, mentre quella interspecifica si manifesta nelle varie forme di attacco e difesa.

Nella tradizione etologica, dove domina storicamente la figura di Lorenz, risulta prevalente l idea di una origine istintiva dell aggressività negli animali e nell uomo, alla quale si collegherebbe l idea di un suo necessario esercizio o di una sua scarica.

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Ardrey 1961, 1966 14, a proposito, ritiene che l uomo sia dominato da immutati e incoercibili istinti come quelli dei nostri antenati scimmieschi: l aggressività nella forma di cruda aggressione intraspecifica assassinio è connaturata nell uomo, in quanto geneticamente ereditata da ominidi che si sono evoluti proprio grazie alla loro attitudine all uso delle armi per l aggressione predatoria. L inquietante conseguenza è quella in base alla quale l aggressività bellicosa non va tenuta a bada per garantire la specie umana, ma anzi, è necessaria al suo sviluppo.

Eibl-Eibesfeltd 1979 15, in accordo con le tesi di Lorenz, distingue l istinto dal semplice impulso o spinta. L impulso è un meccanismo motivante, che spinge dall interno dell organismo e richiede un azione risolutiva. L istinto appare invece un programma o un modulo comportamentale a disposizione dell individuo che, una volta innescatesi in certe condizioni scatenanti, prevede sequenze d azione prefissate, è preformato, nel senso che fin dalla prima esecuzione si manifesta nella sua forma completa e definitiva.

Infine, l esecuzione è piuttosto rigida, stereotipata, piegandosi scarsamente alla variazione delle circostanze ambientali. Con queste caratteristiche l istinto è sicuramente innato, ereditato e selezionato dall evoluzione. Il comportamento aggressivo dell animale segue questi criteri, perché presieduto da un istinto, cioè uno specifico programma che spiega come mai certi comportamenti, anche complessi, vengano attivati correttamente anche da animali isolati.

La questione, secondo Fornaro 2004 16 si complica nel caso dell uomo. Non c è dubbio che ci siano spinte e motivazioni nella direzione di certi comportamenti aggressivi, come: la caccia e l uccisione di animali per fini alimentari, i conflitti per il territorio, per l accaparramento di beni, le contese per l accoppiamento o per la gerarchia nel gruppo. Ma che la loro esecuzione sia dettata totalmente da programmi 14 M.

Fornaro, 2004, Aggressività, Torino: Centro Scientifico Editore 16 filogenetici, preformati e rigidi, come sono gli istinti, è molto improbabile. Infatti non possiamo dimenticare come, per gli esseri umani, il peso dell apprendimento e della cultura nell esecuzione di questi comportamenti sia molto importante.

A questo punto, il perno della discussione tra chi propende per una soluzione più istintivista o per una più ambientalista-culturalista, sta nella valutazione del peso che i fattori genetici esercitano sul comportamento individuale: se siano determinanti, nel senso di fornire una rigida sequenza comportamentale, o se invece solo predisponenti, nel senso di fornire l innesco di un certo comportamento a fronte di un dato stimolo, o nel senso di preorientare modalità e sequenze di esecuzione.

Le tesi di Leakey e Lewin 1977 17 tendono verso questa direzione. Il comportamento umano e quello aggressivo, è adatto e adattabile alle condizioni ambientali, tra le quali spiccano le esigenze e le caratteristiche della vita associata: non esistono azioni in tutto e per tutto biologicamente determinate, ma solo culturalmente rimodellate. La tesi opposta è sostenuta da Wilson 1975 18: ogni comportamento, anche quello aggressivo, ha una fondazione rigorosamente genetica.

Il patrimonio genetico offre, ad ogni specie, un ventaglio di possibilità: la risposta aggressiva è quella più conveniente in certe situazioni. L aggressività è innata nel senso che sono iscritti certi programmi comportamentali, ma la loro esecuzione non è necessaria o univoca: data una situazione stimolo, dato il patrimonio istintuale specie-specifico, non sempre l esecuzione è prevedibile.

Le predisposizioni istintuali non tolgono spazio alla variabilità comportamentale indotta dalle circostanze ambientali. Secondo questi approcci, la genesi dell aggressività è da rintracciare in fattori ambientali o sociali, mentre è stato ridotto al minimo il ricorso a pulsioni e istinti, perché ritenuti inosservabili o perché difficile intervenire su di essi.

Infatti, è prevalso il modello di funzionamento mentale secondo S-R stimolo-risposta, in base al quale, qualunque comportamento non è altro che una risposta a stimoli prevalentemente esterni. L enfasi sul fattore ambientale, inteso come primario, se non esclusivo, si riscontra sia nell ambito della psicologia comportamentista, sia nell ambito degli studi della psicologia dell apprendimento e delle motivazioni e anche nella psicologia sociale.

Se poi l ambiente influente è normalmente definito dalla pratica educativa e dalle relazioni sociali, ne consegue la fiducia, da parte dei sostenitori di queste teorie, che un diverso ambiente, modificato con opportune tecniche educative, sociali e politiche, possa eliminare le espressioni disfunzionali e pericolose dell aggressività.

I classici metodi per lo studio dell aggressività con animali, prevedevano tecniche di condizionamento, come l associazione ripetuta di uno stimolo neutro che poi diventa condizionato a uno stimolo che suscita di per sé una risposta rabbiosa come una scossa elettrica, e tecniche di rinforzo positivo o negativo, con cui si premia o si punisce l espressione, anche casuale, di un comportamento aggressivo.

Esperimenti sul primo tipo di condizionamento sono stati condotti anche da Pavlov 19, padre della riflessologia russa. Nei suoi esperimenti emerge un aspetto interessante dell aggressività: la sua modellabilità di risposta in funzione della prevalenza di una spinta primaria per la sopravvivenza, come, ad esempio, quella alimentare. L espressione più rigorosa della posizione comportamentista si ha con Skinner 20 e la sua teoria dell apprendimento per rinforzo, in base alla quale l aggressività viene 19 M.

Dollard e Miller 21 pubblicarono, nel 1939, Frustrazione e aggressività, un opera che costituisce una pietra miliare negli studi sull aggressività. Secondo questi autori, la frustrazione è la condizione necessaria e sufficiente per la genesi dell aggressività. Questa ipotesi unisce l approccio S-R, per cui l aggressività nasce in risposta ad una situazione esterna avversa, con la supposizione di una pulsione aggressiva, che la frustrazione attiverebbe.

Propriamente non si tratta di un istinto che cresce e vuole una scarica, ma di una spinta reattiva che, nata dall interno, si pone tra stimolo e risposta ed è volta a eliminare la fonte della frustrazione, cioè l ostacolo che ha impedito all organismo il conseguimento di un proprio scopo.

Dollard e Miller, hanno introdotto tra S e R una variabile motivazionale, di matrice endogena, precorritrice di futuri sviluppi, mentre Skinner ha continuato a vedere una meccanica di contingenze esterne e di rinforzi altrettanto esterni. Sears e Miller 1941 22 hanno apportato ulteriori e importanti modifiche alla concezione teorica iniziale di Dollard: l aggressività è solo una delle possibili risposte alla frustrazione, ma sicuramente, essendo ordinate gerarchicamente in base alle condizioni ambientali, ne rappresenta il vertice.

I primi studi sull aggressività in gruppi umani sono stati condotti intorno agli anni Trenta da Lewin 23. Rifiutando sostanzialmente lo schema esplicativo S-R e l idea dell apprendimento del comportamento per semplice associazione, Lewin insiste sul potere determinante del gruppo, inteso come un campo in cui l individuo opera. Le caratteristiche comportamentali della singola persona si plasmano in funzione dell assetto complessivo del gruppo, il quale le modifica rispetto a quelle che la stessa 21 J.

Fornaro, 2004, Aggressività, Torino: Centro Scientifico Editore 19 persona avrebbe in un altro contesto. Per questo motivo, gli studi di questo autore vengono considerati al di fuori dell area comportamentista, ma più propriamente nell ambito della psicologia sociale.

In base a queste premesse, interpreta il diverso comportamento del gruppo e delle singole persone dal complessivo clima relazionale tra i membri, il quale, a sua volta, viene creato dal diverso stile di leadership autoritario, democratico, lassista. Per Lewin, quindi, l atmosfera di gruppo in particolare autoritaria è decisiva per l induzione del comportamento aggressivo delle singole persone, come effetto pressoché immediato delle forze interagenti nel campogruppo, piuttosto che la diretta influenza modellatrice del leader o le caratteristiche pregresse dei singoli.

Milgram 1974 24 ha condotto delle interessanti ricerche sul rapporto tra aggressività e obbedienza. La grande maggioranza delle persone che partecipavano ai suoi esperimenti, pur ritenendo di procurare intenso dolore alla vittima, somministrava scosse molto forti dietro ordine dello sperimentatore. Questi casi andrebbero a confermare l ipotesi dell aggressività facile, che si manifesta quando se ne delega la responsabilità all autorità, alla struttura organizzativa.

In questo caso le cause dell aggressività facile sono fatte risalire alla soggezione verso le figure e le organizzazioni autorevoli della società. Nella fase di passaggio dal comportamentismo al cognitivismo, la tesi di Dollard della frustrazione-aggressione, anche se contestata, rimane un punto di partenza importante.

Se la frustrazione è accettata come uno dei fattori in grado di innescare una risposta aggressiva, le ricerche si muovono nella direzione di indagare le variabili esterne e poi anche interne dell individuo che intervengono nell indirizzare l effettiva risposta.

Inizialmente prevalgono le risposte che insistono sulle variabili ambientali: la paura della punizione, l indisponibilità dell agente frustrante come bersaglio dell atto, sopprimono la risposta aggressiva o la deviano su un altro oggetto viceversa, suggerimenti che evocano aggressività, come l esposizione ad un arma, incrementano la probabilità di emissione di risposte aggressive a parità di situazione frustrante 25.

Per Reich è importante capire in che modo i bisogni fondamentali dell'uomo vengono frustrati dalla società e come possono invece essere soddisfatti. L'angoscia nasce dall'energia libidica non scaricata appunto per le costrizioni sociali, secondo un modello idraulico della libido. Un individuo maturo, cioè con un carattere genitale, ha una vita sessuale soddisfacente, mentre nella evoluzione dell'umanità l'aggressività, la distruttività, l'angoscia ecc.

Siamo quindi in piena teoria dell'aggressività come reazione alla frustrazione. Ma non possiamo provare che essi sempre e necessariamente appaiono per l'esteriorizzarsi di esigenze autodistruttive ancor più antiche.

Forse l'aggressività, in origine, non era uno scopo istintivo in sé, caratterizzante una categoria di istinti, in contraddizione con altri, ma piuttosto un modo di lottare degli scopi istintivi contro disillusioni, o perfino spontaneamente.

La volontà di distruggere e la sua consapevolezza, cioè la vera aggressività, è una acquisizione secondaria: "Non soltanto l'amore ma anche l'odio presuppone una completa coscienza dell'oggetto, capacità che non si riscontra nei bambini piccoli.

La distruzione come scopo è di un tempo più maturo, o forse è un mezzo per ottenerne altri come una qualità con la quale si persegue uno scopo nel caso di difficoltà o disillusioni e poi apparirà, in seguito, come scopo in se stesso" Fenichel, , pp. Il bambino quindi secondo Fenichel cerca solo di evitare un disagio, non di essere in prima istanza aggressivo.

Con riflessioni cliniche che paiono anticipare le intuizioni di Kuhut , , , Fenichel mette al centro della motivazione bisogni di sicurezza e di autostima, e certe modalità di rapporto con l'ambiente e di soddisfazione dei propri bisogni che vengono poi consolidate, laddove l'aggressività è sempre il fallimento di un rapporto o di un obiettivo desiderato.

La linea teorica ortodossa è invece continuata da Hartmann e dalla sua Psicologia dell'Io. In un notevole sforzo speculativo, essi sostengono che all'origine dello sviluppo il dualismo pulsionale possa non essere evidente, poiché le pulsioni libidiche e aggressive non sarebbero differenziate vedi il concetto di "impasto pulsionale" , poi mano a mano esse si separano, ciascuno con una propria carica energetica.

Dal punto di vista dinamico e strutturale, la maggior plasticità della pulsione aggressiva rispetto a quella libidica induce questi psicologi dell'Io ad assegnarle un'importanza sempre maggiore nella formazione e nel funzionamento dell'Io e del Super-Io. Infatti viene postulata l'esistenza di processi di neutralizzazione dell'aggressività e di controinvestimento, i quali concorrono al consolidamento dell'Io e del Super-Io come strutture autonome e provvedono loro l'energia necessaria per funzionare autonomamente.

Se invece è menomata, non solo saranno pregiudicati i meccanismi di difesa, e quindi reso più difficoltoso il controllo delle pulsioni, ma sarà anche accresciuta, per effetto del libero fluire dell'energia aggressiva pulsionale che in precedenza era stata neutralizzata nel controinvestimento, la forza relativa delle pulsioni nei confronti dell'Io.

Contro di esso possono anche essere diretti tutti i tipi di tentativi di difesa che operano al più basso livello di integrazione, come la proiezione e altri. Queste argomentazioni metapsicologiche presteranno il fianco alle critiche da parte degli ex-allievi di Rapaport, in primis Holt , poi George S. Klein , Gill , , Schafer , ecc. Al di fuori della psicoanalisi, esse avevano scatenato le accuse di infalsificabilità di Popper, tacciando di pseudoscienza proprio quella che per Hartmann, Rapaport e gli altri psicologi dell'Io voleva essere proprio la costruzione di un edificio scientifico per la psicoanalisi.

Erich Fromm Un altro psicoanalista che si è interessato all'aggressività differenziando la sua posizione da quella freudiana è Fromm. Nel libro Anatomia della distruttività umana Fromm sostiene che esiste un'alternativa alla teoria istintivistica e a quella comportamentistica.

Fromm distingue nell'uomo due tipi completamente diversi di aggressività. Il primo, che l'uomo ha in comune con gli animali, è l'impulso programmato filogeneticamente di attaccare o di fuggire quando sono minacciati i suoi interessi vitali; questa "aggressività difensiva" o "benigna" è al servizio della sopravvivenza della specie, è biologicamente adattiva, e si disattiva quando viene a mancare l'aggressione.

L'altro tipo, che chiama "aggressività maligna", e cioè la crudeltà e la distruttività, è specifica della specie umana e praticamente assente nella maggior parte dei mammiferi; non è programmata filogeneticamente e non è biologicamente adattiva; non ha alcuno scopo e, se soddisfatta, procura piacere; è interpretata da Fromm come patologia caratteriale, dissentendo dunque dalla teoria freudiana dell'aggressività.

Heinz Kohut Kohut, lo studioso del narcisismo e il padre dell'importante movimento della Psicologia del Sé la cui cornice teorica ha fatto poi da sfondo a tutta la recente infant research a cui accenneremo dopo , è stato sempre attento alle dinamiche dell'aggressività, in particolare della "rabbia narcisistica". Kohut ibid. Secondo Freud invece questa interpretazione non era assolutamente corretta, poiché la ferita narcisistica non era il trauma di nascere con un braccio deforme, ma il rifiuto di lui da parte della sua orgogliosa madre che non poteva tollerare di avere un figlio imperfetto.

Kohut naturalmente concorda con questa osservazione di Freud. Secondo Kohut, infatti, il fattore chiave per un sano sviluppo emotivo è il rispecchiamento empatico della madre che è l'oggetto-Sé [self-object] nei confronti del bambino, la sua approvazione e ammirazione, fattori che permettono la trasformazione dell'investimento narcisistico del Sé grandioso ed esibizionistico arcaico tramite quella che lui chiama "internalizzazione trasmutante" in modo tale da poter integrare la grandiosità e l'esibizionismo arcaici nel resto della organizzazione psichica: "Io credo che la distruttività umana, come fenomeno psicologico, sia secondaria; che essa sorga originariamente come fallimento da parte dell'ambiente oggetto-Sé di venire incontro ai bisogni empatici ottimali da parte del bambino" Kohut, , p.

Se vi è dunque un mancato rispecchiamento empatico da parte dell'oggetto-Sé, si crea una "scissione verticale" nella psiche, per cui il Sé arcaico grandioso-esibizionistico rimarrà latente e potrà a tratti rompere le difese e paralizzare l'Io con sensi di vergogna e rabbia intense.

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Sono insomma questi sentimenti arcaici che permangono in settori scissi della psiche quelli responsabili, secondo Kohut, di altrettanto arcaiche e primitive manifestazioni difensive di odio, aggressività o rabbia in occasione di determinate ferite narcisistiche. Del resto, questo è ben noto anche da studi di psicologia non psicoanalitica: ad esempio James Gilligan , , un noto studioso di psichiatria forense e dei fenomeni di terrorismo, ha intervistato molti detenuti autori di omicidi, violenze o atti terroristici e ha regolarmente trovato in essi un profondo senso di umiliazione, vergogna e minaccia alla identità personale come motivazione fondamentale a compiere gesti gravi anche senza alcun riguardo per le conseguenze penali vedi a questo riguardo anche Meneguz, Otto Kernberg Kernberg un autore che, tra l'altro, si è contrapposto a Kohut nella interpretazione del narcisismo non solo ha studiato a fondo le dinamiche dell'aggressività Kernberg, , ma, da una prospettiva classica, ha anche proposto una revisione della teoria psicoanalitica delle pulsioni che si propone di integrare le teorie psicoanalitiche degli affetti e delle relazioni oggettuali.

Kernberg , , con la sua revisione teoria, cerca di mantenersi equidistante sia da coloro che propongono di sostituire semplicemente le pulsioni con gli affetti, sia da coloro che scelgono di rimanere ancorati alla teoria tradizionale delle pulsioni. I primi rischiano di "accentuare gli aspetti superficiali del funzionamento inconscio il ruolo dell'adattamento e la realtà e di minimizzare la consapevolezza degli aspetti perturbanti dell'odio primitivo e della natura primitiva della precoce fantasia inconscia erotica e sadomasochistica" Kernberg, , p.

Kernberg quindi, con questa posizione di compromesso, se da una parte ribadisce il ruolo delle pulsioni, dall'altra sottolinea la straordinaria importanza degli affetti come modalità comunicativa tra madre e bambino: sono le tonalità emotive, positive e negative, quelle che poi si cristallizzeranno come sistemi motivazionali o "pulsioni" libidiche e aggressive, per cui Kernberg dà al concetto di pulsione un significato diverso da quello dato da Freud.

Nella sua "teoria delle relazioni oggettuali" Kernberg, , , ; vedi Migone, , cap. Questa proposta quindi vorrebbe dimostrare la falsità della dicotomia tra teoria delle pulsioni psicoanalisi classica e teoria delle relazioni oggettuali psicoanalisi relazionale o interpersonale. La posizione di Kernberg, come vedremo, non è affatto incompatibile con quella di Westen a , che tratteremo in seguito, che propone un modello per certi versi simile ma più ancorato alla recente ricerca neurobiologica e cognitiva.

Joseph Lichtenberg Cruciale nella revisione della teoria psicoanalitica della motivazione, e quindi di una teoria della pulsione aggressiva, è stato l'apporto della ricerca in campo infantile, la cosiddetta infant reseach, i cui gli autori più noti sono Stern, Lichtenberg, Emde, Greenspan, Beebe, Lachmann, ecc. I limiti di un modello della mente umana, fondamentalmente monadica e interessata alla mera soddisfazione tramite scarica pulsionale, già evidenziati da vari autori a livello teorico e dietro alla spinta del lavoro clinico, sono diventai ancor più evidenti e supportati dai dati empirici, dove si è dimostrata una progressiva apertura alle spinte motivazionali plurime, con uno spostamento di enfasi sull'importanza dei rapporti interpersonali fin dalle prime fasi dello sviluppo.

Joe Lichtenberg , è uno degli autori che hanno compiuto un importante passo avanti in questo lavoro di confronto e di sistematizzazione fra clinica e ricerca, nella sua elaborazione di una teoria della motivazione strutturata.

La tesi di Lichtenberg è che la motivazione sia meglio concettualizzabile come una serie di sistemi volti a promuovere la realizzazione e la regolazione di bisogni di base. Nel corso dell'infanzia ogni sistema motivazionale contribuisce alla regolazione del Sé, in interazioni regolate reciprocamente con le persone che si prendono cura del bambino. I cinque sistemi motivazionali sono i seguenti: 1 il bisogno di regolazione fisica di esigenze fisiologiche; 2 il bisogno di attaccamento-affiliazione; 3 il bisogno esplorativo-assertivo; 4 il bisogno di reagire avversivamente attraverso l'antagonismo o il ritiro; 5 il bisogno di piacere sensuale e di eccitazione sessuale.

Parrebbe quindi che una spinta aggressiva possa essere rappresentata all'interno del quarto sistema, quello "avversivo", che - precisa Lichtenberg - permette al bambino di imparare a utilizzare la rabbia in modo adattivo, a rispondere avversivamente al pericolo, e a impegnarsi nelle controversie e a risolverle.

Questo sistema produce risposte che possono ricadere in due grandi categorie, quella dell'antagonismo e quella del ritiro, ed è possibile differenziare nel bambino emozioni o situazioni che stimolano l'uno o l'altro dei due comportamenti; i due affetti di questo sistema sono la rabbia e la paura, "detonatori" rispettivamente dell'antagonismo e del ritiro.

A prima vista, potremmo meglio identificare la pulsione aggressiva nel primo di questi due sottosistemi, quello deputato all'antagonismo, ma va ricordato che il sistema avversivo per Lichtenberg presenta una differenza dagli altri quattro sistemi motivazionali.

Mentre negli altri sistemi lo scopo dell'azione è quello di ricreare una emozione piacevole sperimentata in precedenza, nel sistema avversivo il bambino non cerca di risperimentare pianto, rabbia, disgusto ecc.

In questo senso, sembra che anche per Lichtenberg non sussista una pulsione aggressiva autonoma, fine a se stessa, il che peraltro è coerente con la matrice teorica sposata da Lichtenberg, quella della psicologia del Sé.

Anni fa feci conoscere le idee di Lichtenberg a Gianni Liotti, che pure aveva formulato una teoria cognitivista della motivazione basata su cinque sistemi separati, e in sèguito scrisse un articolo in cui discusse le somiglianze e le differenze tra le loro due concezioni: Liotti, Drew Westen Westen è uno psicoanalista ricercatore nordamericano metodologicamente molto sofisticato e attento alla ricerca accademica in vari campi, come la psicologia piagetiana e neopiagetiana, comportamentista, cognitivista, neurofisiologica, ed evoluzionista vedi ad esempio Westen, Negli anni ha abbozzato una teoria della motivazione basata sulla contemporanea teoria degli affetti.

Nel lavoro "Towards a clinically and empirically sound theory of motivation" Westen, a critica la tendenza degli psicoanalisti a postulare l'esistenza di ampi e relativamente pochi sistemi motivazionali ad esempio la libido, l'aggressività e l'attaccamento coi quali si pretende di spiegare comportamenti molto diversi tra loro senza specificare quali siano gli stimoli attivanti questi sistemi motivazionali.

Ne possono scaturire altri affetti che, a seconda che siano piacevoli o spiacevoli, rinforzano positivamente o negativamente i comportamenti e i processi cognitivi che li hanno determinati, come postulato dalle leggi del condizionamento operante di Skinner o dalla legge dell'effetto di Thorndike. Nelle parole di Westen, quindi, gli affetti possono essere definiti come "meccanismi per la ritenzione selettiva di riposte comportamentali e mentali, incluse difese, formazioni di compromesso e strategie consce di coping.

Gli affetti in quanto motivazioni hanno una "base biologica" come le pulsioni della teoria classica, dato che si sono evoluti come soluzioni a problemi dell'adattamento, e le strutture neurali che li mediano sono registrate nel nostro DNA; ma forniscono un meccanismo flessibile per la motivazione umana, associandosi, tramite l'esperienza, con rappresentazioni di stati percepiti, temuti, desiderati, o valorizzati in altro modo" Westen, a, p.

Per Westen a, b dunque all'apice della gerarchia della motivazione vi sarebbe semplicemente il principio della ricerca del piacere e dell'evitamento del dispiacere, per cui non vi sarebbe assolutamente bisogno di postulare una pulsione aggressiva, e neppure di postulare, come fa Lichtenberg, un sistema avversivo a se stante, poiché il quarto e il quinto dei sistemi motivazionali della teoria di Lichtenberg cioè quelli che con Westen possiamo chiamare l'evitamento del dolore e la ricerca del piacere costituiscono il meccanismo di base della motivazione tout court.

Stern che stanno alla base dell'approccio di Lichtenberg. Peter Fonagy Fonagy, uno psicoanalista londinese, di origine ungherese, che ha compiuto importanti studi sulla teoria dell'attaccamento, ha proposto una eziopatogenesi dell'aggressività e della violenza come conseguenza di un mancato sviluppo di quella che lui chiama "funzione riflessiva", detta anche funzione metacognitiva, cioè della capacità del bambino di costruire una "teoria della mente" propria e altrui.

Il Sé pre-riflessivo è presente in una forma primitiva dalla nascita e si sviluppa completamente attorno ai sei mesi Stern, , mentre il Sé riflessivo quello che sarà responsabile della funzione riflessiva evolve lentamente nei primi due anni di vita. Uno degli aspetti più interessanti delle ricerche di Fonagy è quello di aver mostrato come il Sé riflessivo, e quindi la funzione metacognitiva, sia un importante fattore protettivo nei confronti della comparsa di comportamenti aggressivi e anche di psicopatologia adulta, soprattutto di tipo borderline [Fonagy, , ].

Inoltre Fonagy ha dimostrato che lo sviluppo della funzione riflessiva dipende in modo specifico dalla capacità della madre di riconoscere e comprendere gli stati mentali del bambino, il suo mondo interno, cioè i suoi sentimenti, pensieri, desideri e intenzioni.

Ma in che modo la deficitaria formazione della funzione riflessiva nel bambino costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo dell'aggressività? Le intuizioni cliniche su cui le ricerche di Fonagy si basano sono state anticipate in passato da vari autori, con accenti diversi, tra cui i seguenti: Bion , , coi concetti di rêverie, della funzione della madre come "contenitore" e del ruolo della identificazione proiettiva vedi Migone, , cap.

Quello che differenzia Fonagy da altri psicoanalisti non è solo la sua maggiore sistematizzazione teorica, ma soprattutto il fatto che le sue ricerche poggiano su un solido impianto sperimentale e sul vasto corpus di conoscenze e di studi accademici che fanno capo alla teoria dell'attaccamento fondata da Bolwby e sviluppata poi da Mary Ainsworth soprattutto per quanto riguarda gli stili di attaccamento e da Mary Main soprattutto per quanto riguarda quelli che Bowlby chiamava "modelli operativi interni" o internal working models [IWM].

Conclusioni Una rivisitazione storica delle ipotesi psicoanalitiche sulla emozione aggressiva è molto difficile perché corre continuamente il rischio di allargarsi e di includere altri importanti aspetti, in primis quello della teoria della motivazione e poi immediatamente quello, a essa connesso, della teoria della mente.

La scelta degli autori selezionati per questa sintetica rassegna, come si è detto, è stata altamente arbitraria, e non è possibile neppure citare coloro che sono stati omessi perché il rischio di trascurarne altri semplicemente aumenterebbe. L'esistenza di una autonoma pulsione deputata alla scarica di una aggressività fine a se stessa, e a maggior ragione di una pulsione di morte o di una aggressività auto-diretta ed eventualmente proiettata all'esterno , pare criticata dalla maggioranza degli autori, se non altro perché difficilmente un tale sistema motivazionale avrebbe potuto selezionarsi su base evoluzionistica.

Del resto, nel "Documento di Siviglia sulla Violenza" stilato il 16 maggio all'Ottavo Congresso Mondiale della International Society for Research on Aggression dai più eminenti studiosi dell'aggressività psicologi, etologi, biologi, sociologi, antropologi, zoologi, ecc. Ben diversa è invece l'emozione aggressiva come reazione adattiva in difesa della sopravvivenza o al servizio di importanti bisogni vitali o di altri sistemi motivazionali innati. Sulla esistenza di questo comportamento non vi sono dubbi, anche se, come si è visto, molti autori hanno preferito sottolineare un aspetto innato di questa reazione, e altri l'importanza della cultura o dell'apprendimento.

Questa dicotomia è falsa perché presuppone un superata concezione della mente, che invece, ab origine, è sempre costruita da un intreccio tra fattori innati e esperienziali, come la recente ricerca sul cervello, sul rapporto corpo-mente e sulla nascita della coscienza ha ben documentato tra i tanti autori, basti citare Edelman, Ci sembrano quindi più convincenti le ipotesi esplicative avanzate dagli ultimi autori della nostra rassegna, se non altro perché, a differenza di Freud e dei primi psicoanalisti, hanno potuto avere a disposizione i dati della recente ricerca scientifica sul cervello e sullo sviluppo infantile.

Bibliografia Abraham K. A short study of the development of the libido in the light of mental disorders: I. Melancholia and obsessional neurosis. In: Selected Papers. New York: Basic Books, , pp. Torino: Boringheri, Akhtar S. Northvale, NJ: Aronson. Adler A. Wien: Bergamon trad. Roma: Astrolabio, Ansbacher, editors. New York: Basic Books trad. Firenze: Martinelli, Alexander F. The need of punishment and the death instinct. International Journal of Psychoanalysis, Ancona L.

Fattori psicodinamici dell'aggressività. Milano: Vita e Pensiero. Antier E. Milano: Ancora, Arendt H. Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil. New York: Viking Penguin trad. Milano: Feltrinelli, Arendt H. On Violence. Parma: Guanda, Attili G. Il nemico ha la coda: psicologia e biologia della violenza.

Firenze: Giunti. Bandura A. Aggression: A Social Learning Analysis. Bergeret J. La violence fondamentale. Paris: Dunod. Bergley S. The roots of evil.

Archivio Tesi - Psicologia

Newsweek, May 21, pp. Berkowitz L. Aggression: A Social-Psychological Analysis. New York: McGraw-Hill.


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